RUBRICA - Storia, Letteratura, Filologia: tra errori e manipolazioni

Conosciamo ancora poco, pochissimo del nostro passato. In questo articolo cercheremo di mettere in chiaro il problema.
Come facciamo a sapere quando vissero Giulio Cesare e Cleopatra? Come conosciamo cosa hanno fatto gli antichi Egizi, i Sumeri o i Babilonesi? Come facciamo a conoscere gli eventi che si sono verificati mille o duemila anni fa?
Mentre per ciò che è accaduto negli ultimi tre secoli abbiamo a disposizione libri, giornali, oggetti e, per gli avvenimenti più recenti, addirittura fotografie, filmati e testimonianze dirette da parte di chi ha vissuto tali eventi, a poco a poco che procediamo all'indietro nella Storia le testimonianze si fanno più scarse e, talvolta, evanescenti.
Tra le fonti più utili allo storico ci sono senz'altro le scritture. Gli scrittori dell'antichità hanno registrato eventi curiosi e interessanti, guerre, conquiste, attività commerciali e chi più ne ha più ne metta. Naturalmente, prima di procedere con una qualsiasi affermazione a proposito della veridicità di tali eventi, occorre porsi una domanda fondamentale: le fonti che riportano queste informazioni sono affidabili?
Non sempre per la storia antica, infatti, abbiamo fonti contemporanee allo svolgimento degli eventi descritti. Spesso tali fonti sono posteriori di decenni o di secoli agli eventi di cui sono testimonianza. A ciò aggiungiamo pure che i popoli hanno sempre tentato di magnificare se stessi esaltando le proprie gesta: la storia è scritta sempre dai vincitori.
Ma non solo gli eventi storici sono da valutare con molta attenzione; anche le opere letterarie nascondono parecchi “segreti”.


Pensate che da qualche parte sia conservato il manoscritto originale del “De bello gallico” di Cesare o del “De Rerum Natura” di Lucrezio? Pensate che abbiamo a disposizione l'originale dell'“Eneide”? Pensate che qualcuno abbia mai visto il manoscritto autografo della “Commedia” di Dante, di qualche altra sua opera o, ancora meglio, una firma del Sommo Poeta in calce a un documento?
Molte opere del passato ci sono giunte esclusivamente attraverso delle copie. E, come spesso accade, le copie sono piene zeppe di errori, varianti, lacune e, in taluni casi, deliberate manipolazioni.
Ma ben vengano gli errori! Sono proprio questi ultimi che ci permettono di ricostruire un testo nella versione il più vicino possibile all'ultima volontà del suo autore. Di questo si occupa infatti la Filologia.

A metà Ottocento un filologo tedesco di nome Karl Lachmann elaborò un metodo in grado (o quasi) di ricostruire un'opera letteraria nella versione più vicina possibile all'ultima volontà del suo autore, la cosiddetta edizione critica, una vera e propria operazione di restauro.
Il metodo che porta il suo nome prevede diverse fasi di analisi. Anzitutto occorre individuare le fonti, ossia i manoscritti che ci tramandano l'opera da "restaurare". Tali fonti possono essere dirette (copia dell'opera) o indirette (traduzioni, citazioni, ecc.). Fatto questo, si procede con la “recensio”, ossia con la raccolta dei testimoni e la loro “collazione”, vale a dire il loro confronto al fine di individuare degli errori.
Oggi, con le moderne tecnologie, questa fase del metodo di Lachmann è diventata estremamente più semplice rispetto al passato, quando il filologo doveva materialmente viaggiare alla ricerca di manoscritti sepolti in archivi polverosi e biblioteche sparse per il mondo. Allo stato attuale delle cose, invece, basta accendere il pc per trovare una moltitudine di scansioni.
L'individuazione degli errori è di fondamentale importanza. Ovviamente non tutti gli errori sono necessari all'indagine, ma solo gli “errori significativi” o “errori guida”, quelli la cui analisi ci spinge a supporre specifici rapporti tra i manoscritti. Tali errori possono essere:
  • Congiuntivi: se uno stesso errore si trova in due manoscritti ed è improbabile che il copista di uno dei due sia incappato nell'errore in maniera indipendente dall'altro;
  • Separativi: se un errore si trova in un manoscritto e non in un altro, tale errore è detto “separativo” se è improbabile che il copista del manoscritto che ne è privo lo abbia corretto per congettura.

Gli errori permettono di stabilire i rapporti tra i manoscritti e la realizzazione di uno stemma codicum, ossia di un “albero genealogico dei manoscritti”, indicante i rapporti di parentela dei manoscritti pervenutici. Spesso bisogna supporre l'esistenza di manoscritti a noi non pervenuti, o di un archetipo, ossia di una copia diretta dell'originale che contenga almeno un errore congiuntivo comune a tutta la tradizione. Questo perché la filologia parte da due postulati fondamentali:
  • Il manoscritto originale è, per definizione, privo di errori;
  • Ogni passaggio di copia introduce almeno un errore significativo.

Un esempio di "stemma codicum". Solitamente, con le lettere dell'alfabeto latino indichiamo i testimoni in nostro possesso, mentre con le lettere dell'alfabeto greco indichiamo quelli interposti tra l'archetipo e i manoscritti posseduti.

Fatta questa operazione, si eliminano di codici descritti o “copiati” (eliminatio codicum descriptorum), cioè quelli che risultano essere copie fedeli di altri codici in nostro possesso e dunque inutili alla nostra analisi, e si osservano i diversi “rami” o “famiglie” dello stemma. La “lezione” presente nel maggior numero di famiglie (e non nel maggior numero di manoscritti) è quella da considerare verosimilmente corretta.
Inoltre, occorre considerare due “dettagli”:
  • Non è detto che un manoscritto più recente di un altro sia meno corretto di quest'ultimo. È probabile, talvolta, che sia perfino più affidabile, in quanto potrebbe essere la copia di un manoscritto migliore. Di conseguenza, il metodo di Lachmann si fa portavoce del motto “recentiores non deteriores”.
  • Se due manoscritti riportano due lezioni diverse, quella più difficile, astrusa, complessa o desueta è da considerare corretta. Questo perché i copisti tendevano a semplificare le cose che non capivano durante il processo di copiatura: la “lectio difficilior” è invece considerabile più vicina all'ultima volontà dell'autore.

Il metodo di Lachmann permette di realizzare “l'edizione critica” di un testo, ossia un'edizione che presenti un apparato critico in cui sono spiegate le scelte effettuate per ricavare l'opera.
Il metodo di Lachmann non è l'unico adoperato in filologia ma è senz'altro il più noto. Esso ha però ricevuto diverse critiche nel corso del tempo. Il filologo Bèdier sosteneva che tale metodo portasse quasi sempre ad alberi bipartiti e che la selezione meccanica delle lezioni generasse un testo che nella realtà non è mai esistito. Tanto varrebbe, dunque, dimenticarsi del metodo di Lachman e scegliere un buon manoscritto tra quelli posseduti (secondo il proprio gusto), eliminare gli errori più evidenti e lavorare principalmente su quello.
Insomma, un bel casino! Questo per farci capire come la maggior parte delle opere antiche che leggiamo siano solo il frutto di complesse ricostruzioni da parte di pazienti studiosi.

E, se ve lo state chiedendo, sì: della Bibbia, forse il testo più famoso di tutti, non possediamo alcun originale ma solo copie di copie. Ma lavorare sulla Bibbia è estremamente difficile anche per ragioni che esulano dalla Filologia: se la Bibbia è la parola di Dio, dovremmo tutti prendere atto che non possediamo l'originale della parola di Dio, ma solo una moltitudine di copie posteriori (anche di secoli), infarcite di errori.
Una parola di Dio, insomma, riveduta e corretta dall'uomo nel corso dei secoli.


Secondo il professor Henry Bardon, autore di La Littérature latine inconnue, sono noti alla nostra letteratura appena 772 nomi di scrittori latini; tra questi, di soli 144 ci sono pervenute una o più opere complete. Ancora, di questi 772 ben 276 sono solo “nomi”, in quanto non possediamo neppure un frammento delle loro opere.
Di nessun autore latino dell’età antica ci è pervenuto un autografo; i loro testi ci sono noti attraverso copie di copie di manoscritti, i più antichi dei quali risalgono al IX secolo d.C. (fatta eccezione per alcuni codici virgiliani che si possono far risalire al IV-V secolo; in ogni caso, Virgilio era già morto da 400 anni circa).
Considerato ciò, quanto della letteratura antica che conosciamo, incluse le diverse menzioni del culto cristiano, è davvero “genuino” e quanto, invece, potrebbe essere frutto di una manipolazione o addirittura di “un’invenzione” di vecchi monaci amanuensi vissuti nel medioevo, all’epoca tra i pochi detentori e conservatori della cultura?
La Filologia è riflessione, indagine ricerca. E' non dare mai niente per scontato!

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